Disabilità e guerra /2

Bambino in piedi tra le rovine della città distrutta dai bombardamenti

Circa due anni fa scrivevamo “Disabilità e guerra” sulla diabolica situazione che vedeva una realtà che speravamo potesse solo migliorare. Invece ci troviamo in una situazione sempre più protesa verso una diffusione dell’odio e della guerra tra popoli.

Lo riprendiamo con correzioni e aggiunte oggi, con una società sempre più invischiata nel non riuscire (o, meglio, non VOLER riuscire) a comprendere cosa sta dietro le modalità mediatica che agisce sempre più indisturbata nell’avallare l’odio di massa.

Se non si vuole vedere l’orrore della guerra, di qualsiasi guerra, basta ignorare le informazioni disponibili facilmente sul web. Basta voler spegnere la mente trastullandosi con la massa (quasi) invincibile dei social-media. Ancor più, basta voler scegliere idee comodamente vicine alle proprie, senza trovare una (scomoda) verifica se ci siano letture diverse dalla propria. Un diffuso annichilirsi della volontà di essere popolo, essere comunità. Emerge un super-io con un indissolubile autoconvincimento delle proprie ragioni. Ma un tarlo dovremmo averlo tutti nella nostra testa: dov’è la pace, non come concetto separato ma trasversale e agito soprattutto nella politica, per i diritti, l’inclusione, la convivenza? Perché combattersi, uccidersi? Possibile che il dialogo per trovare un equilibrio sia negato a favore dell’impossibile mettersi d’accordo? Perché negare che qualsiasi momento della vita è un inevitabile compromesso? Non riusciamo a comprendere che dall’odio, dal riarmo, pochi soggetti si arricchiscono sempre di più?

Oggi si parla di terza guerra mondiale “a pezzi”. Se pensiamo agli oltre 50 conflitti armati attivi nel mondo, in effetti stiamo vivendo in quella realtà. Oltre a Ucraina-Russia e Israele-Gaza, tra gli altri sono attivi conflitti in Yemen, Siria, Etiopia, Somalia, Sudan, Myanmar, Afghanistan, Haiti, Repubblica Democratica del Congo, Burkina Faso, Mali, Niger, Sudan del Sud. E il rischio che le guerre si diffondano è altissimo: molti governi europei, tra cui quello italiano, affermano quotidianamente la necessità di armarsi, prepararsi a difendere confini e territorio, reclutare e addestrare militari. Ogni euro speso in armamenti è tolto alla sanità, alla scuola, alla cultura, che è l’unico antidoto alla violenza.

Invece della pace si semina odio.

Invece della politica prevale il potere del soldo dell’economia.

Invece della vita c’è lo strazio della morte dei bambini e degli adulti. Unicef afferma che in Ucraina quasi 3.000 bambini sono stati uccisi o feriti. Save the Children stima in almeno 20.000 i bambini uccisi in Palestina. Ad Haiti quest’anno c’è stato un incremento del 1.000% degli episodi di violenza sessuale contro i bambini.

I bambini (e tutte le persone) con disabilità in situazioni di conflitto armato, tendono a essere esposti in modo sproporzionato alla violenza e alle violazioni dei diritti. Traumi difficilmente superabili nella vita di tutte le persone coinvolte, che probabilmente porterà al reiterarsi di violenza e odio.

Civili inermi lasciati al loro destino da logiche di potere, a far da scudo ai guerriglieri; a chi la guerra la fa e a chi la vuole. Esseri umani dilaniati, in un macabro puzzle di adulti e bambini che a volte ricostruisce vite spezzate. Vite nella disabilità.

Guerra e terrorismo spazzano via anni di attività per i più deboli, bisognosi, fragili. Il pensiero va alle persone con disabilità nei territori di guerra, sempre più ultimi tra gli ultimi, persone dimenticate e perse, probabilmente per sempre.

Immagine da Società Italiana di Pediatria https://sip.it/2023/11/20/i-bambini-vittime-della-guerra-gli-effetti-del-trauma-e-la-loro-forza-e-resilienza/

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