Approfondimento a “Coraggio, giochiamocela tutta!”

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Addentriamoci dunque nei due aspetti legati agli obiettivi dei Genitori Tosti: la scuola, e l’oltre la scuola, il lavoro, il “dopo di noi”.

Scuola.
L’attenzione di quest’ultimo anno è stata portata “ad arte” verso tutti i problemi di apprendimento. Il Ministero ha recentemente varato una serie di indicazioni senza capo né coda (sui BES, bisogni educativi speciali) con svarioni e rincorse affannose che denotano l’inadeguatezza gestionale e di concetto sia di chi siede al ministero che di chi quest’ultimo consiglia. Vuoi per una politica diffusa di allineamento alle volontà di privatizzazione (pericolosa in termini di ricadute sulle persone con disabilità), sia forse per questioni di situazione cogente determinata dall’esigenza di sopravvivere, si è assistito all’uniformarsi anche di personalità del mondo della disabilità agli interessi di chi ha voluto a tutti i costi dimenticare gli sforzi e i risultati ottenuti anche in ambito scolastico grazie a leggi tutt’ora internazionalmente riconosciute di prim’ordine. Fortunatamente c’è ancora chi lucidamente commenta la realtà della scuola italiana: Raffaele Iosa, a proposito della commedia sui BES, parla dell’ultima nota del MIUR (per la circolare MIUR vedere questo link):

che avrà un effetto paradossale ma altamente salutare. Quello che dà il titolo a questo articolo: “la fine dei BES”. Con questo confuso parterre di norme  i nuovi Bes catalogati secondo la Direttiva si ridurranno a quattro gatti. Nel dare “potere” alle scuole in questo modo tutto romano avverrà sicuramente una forte riduzione quantitativa dei nuovi Bes, perché le scuole non sono così allupate di carte quando in cambio  c’è il nulla (né soldi né personale), ma continueranno ad agire sul disagio individuale con l’attenzione di prima, bene o male secondo le scuole, evitando targhe inutili e lavorando sottovia, speriamo con buon senso.

E ancora, sul rapporto con le famiglie:

In questi mesi tra insegnanti, famiglie e dottori, se ne sono viste di tutti i colori. Ma dei genitori   le note dicono poco,  se non l’utilità di evitare  “contenziosi” come la peste.

Vi sono genitori che vengono con una diagnosi e chiedono-pretendono la 170 bis. Ci sono genitori che a sentire gli insegnanti proporre loro il BES reagiscono male. Con questi due tipi di famiglie ci sarebbe la soluzione della 104/92: fare Bes solo con genitori che lo chiedono, ma è giusto? Ma volete confondere i disabili con questi altri difficoltati e disturbati? Rischiamo una “trattativa” per cui alla fine si certificherebbero per quieto vivere solo quei Bes di genitori affamati di protezione?
La confusione ha aumentato i problemi: in alcune famiglie è scattata la “fantasia DSA”, cioè quel confuso atteggiamento difensivo dei figli per cui ogni loro difficoltà, se certificata, trova un potere contrattuale nuovo con gli insegnanti cui imporre di essere “buoni” con i figli. Naturalmente  trovo anche consigli di classe poco aperti all’individualizzazione e all’ascolto degli alunni. Ma questa dialettica non va risolta da certificati, quanto da una relazione dialogante scuola-famiglia cui affidare   la responsabilità comune sul cuore della scuola, che è l’educazione. Questa relazione si costruisce con l’ascolto reciproco, non con certificati, né forme neo-contrattualistiche.

Infine, accade che arrivino alle scuole certificati clinici che “ai sensi della Direttiva MIUR del 27 dicembre 2012” dichiarano che l’alunno X  va considerato “militarmente” BES e quindi avente diritto a dispense e compense. Non basta dire che questo comportamento è illegittimo, come si deduce dalla nota Chiappetta: non tocca ai  medici  dirci cosa fare! Ma come si fa a litigare sempre?

Magari si riuscisse a non litigare! E’ il discorso che investe il rapporto tra famiglia, progetto educativo, pedagogia, difesa dei diritti e strumenti per difenderli questi sacrosanti diritti a farci litigare quando vediamo chiuderci le porte in faccia! Tuttavia, dimenticando momentaneamente le arrabbiature, il rapporto tra tutti questi fattori porta a spunti interessanti: quali sono gli strumenti a disposizione delle famiglie per assicurare ai nostri figli una scuola inclusiva? Dobbiamo noi famiglie prenderci il dovere di verificare se la scuola sia inclusiva? Cosa possono fare le famiglie quando comprendono e vedono con i propri occhi che la scuola non prevede (a volte neanche ci pensa, altre la dimentica con fastidio) l’inclusione delle persone con disabilità?

Certo, si va a parlare con gli insegnanti, con i dirigenti, si fanno i GLH, si coinvolgono esperti e specialisti. Ma potremo portare decine di esempi dove alle parole segue il nulla. Proviamo anche a metterci nei panni degli insegnanti: una professionalità che lo Stato sembra voglia in tutti i modi ostacolare e mortificare con oltre un decennio di tagli miopi e lineari lontanissimi dal portare ad un obiettivo di qualità educativa, almeno per quanto concerne la scuola pubblica. Il punto è che non si può pensare di costruire l’edificio educativo senza una solida struttura di base. Guardiamoli gli edifici scolastici, sono lo specchio del progetto educativo: squallore e decadenza ad ogni angolo, con rare eccezioni. Si maschera con parole e nozioni, ma la sostanza è ormai priva di struttura, lasciata alla volontà personale, svuotata della qualità di contenuti a favore di sterili, enormi quantità. Questo vale per tutti gli allievi, figuriamoci per coloro che hanno difficoltà e disabilità: sentiamo sempre più frequentemente genitori che denunciano il lasciarli fuori dalle classi senza attuare strategie educative di inclusione nella classe, insegnanti di sostegno di fatto esclusi dalla contitolarità della classe, tentativi di differenziare i programmi a tutti i costi senza che ve ne siano i presupposti, PEI molto attenti all’esame delle negatività senza concentrarsi sulle potenzialità, sui bisogni, sui progetti e le strategie educative, mancando perciò il fondamento del progetto di vita delle persone con disabilità. Sentiamo sempre più spesso un dialogo difficile tra scuola e genitori. Non è da stupirsi quindi che le famiglie si aggrappino alle certezze loro offerte nell’ambito medico e legale, ben sapendo che non è la quantità di ore di sostegno ma la qualità del progetto educativo allargato a tutto il corpo docente a poter realizzare una scuola inclusiva. Quali altre risorse sono loro offerte? Chi decide sa bene che togliendo le fondamenta delle risorse, l’edificio scolastico (pubblico, è bene ribadirlo) non ci metterà molto a crollare. In verità la professionalità degli insegnanti, pur messa a durissima prova, ha garantito fino ad oggi risultati sorprendenti. Ma sarà bene che la scuola accetti le chance offerte dalle famiglie: le si usi per sviluppare un dialogo con le istituzioni e con le stesse famiglie.  E a chi pensa che tutto sommato se tagliano significa che ci sono sprechi e quindi va bene così, invitiamo a passare qualche ora con le nostre famiglie per comprendere come sia in atto una veloce deriva nella capacità pedagogica della scuola.

Tornando alla gestione delle difficoltà di apprendimento in senso ampio, i bisogni educativi speciali, lo ripetiamo in continuazione: è doveroso (e obbligatorio) che la scuola si faccia carico di tutte le problematiche di apprendimento; ma è un’attività che gli insegnanti e la scuola hanno (quasi) sempre fatto seguendo il dettato della Legge 104/92, vent’anni prima della direttiva dell’anno scorso. La verità è che le difficoltà non sono tanto negli allievi, quanto nei progetti educativi che senza risorse adeguate non sanno più essere soddisfacenti per nessuno. Ancora una volta si dimostra che non solo non si rispettano le persone, ma che politiche miopi mettono in difficoltà indistintamente tutti gli allievi. Da un anno in qua le indicazioni del MIUR hanno generato confusione perdendo tempo prezioso laddove è invece necessario: sul reperimento delle risorse (pubbliche) indirizzandole su progetti e programmi di sostanza. Oggi la confusione regna sovrana: il Ministro afferma di voler stabilizzare gli insegnanti di sostegno; dopo brevissimo tempo la guida economica del Paese indica nel taglio degli stessi insegnanti uno dei punti cardine della prossima revisione delle spesa (oltre all’ennesimo taglio degli uffici scolastici, tema già trattato qui essendo gli uffici scolastici un riferimento prezioso e indispensabile per le famiglie). Insomma, un tristissimo caos.

Noi però non ci arrendiamo e, anzi, vogliamo di più: chiediamo il rispetto delle leggi, il ripristino delle risorse per la scuola con particolare attenzione alla disabilità, programmi di qualità per tutti gli allievi. Vorremo più buon senso nella guida del MIUR, con l’impegno a rispettare quanto da oltre vent’anni la legge prevede sulle ore di sostegno; vorremmo che tutti gli insegnanti di sostegno fossero qualificati con una formazione basata sull’ICF. Vogliamo che le famiglie possano continuare a pretendere il rispetto delle leggi anche nei tribunali, senza sconti per chi amministra male lo Stato. Auspichiamo che chi detta e ha dettato le direttive che hanno portato all’attuale situazione sia chiamato a risarcire l’enorme spreco di denaro ai danni dello Stato (quindi noi tutti) causato dalle decine e decine di ricorsi persi solo in nome di una inutile saccenza. Questa gestione ha anche causato i gravissimi disagi che le nostre famiglie stanno attraversando nel dialogo con la scuola, che in questo clima di tensione si arrocca sul non voler confrontarsi proprio con le famiglie sue datrici di lavoro!, sentendosi di queste preda e ostaggio. Al Ministero servono una guida e funzionari in grado di riprendere un discorso interrotto ormai da troppo tempo.

Il nostro contributo lo abbiamo offerto e descritto. Aspettiamo di conoscere le evoluzioni del sistema, pur non essendo gran che ottimisti. L’impegno sarà quindi nel cercare di discutere con la scuola a tutti i livelli, consigliare le famiglie che affrontano una scuola sempre più indisposta al dialogo, continuare il processo di informazione alle famiglie, in particolare sui GLH.


Oltre la scuola, il lavoro, il “dopo di noi”

Finita la scuola, che si fa? Dilemma sempre più pressante, soprattutto nel constatare che quanto è stato faticosamente costruito negli scorsi decenni rischia di non esistere più. Col progressivo ridursi delle risorse economiche e la disaffezione alla “cosa pubblica”, chi accedeva alle strutture per le persone con disabilità (molte efficientemente dirette con ottimi risultati), sia chi poteva veder i propri figli inseriti nel mondo del lavoro, vede sfumare il futuro in un’indistinta patina di indifferenza ed abbandono.

Le industrie e i servizi non hanno più modo ne’ volontà di rispettare la legge sull’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. Anche questo lodevole esercizio è stato vanificato prima offrendo la possibilità di bypassare l’obbligo con un versamento; poi, e più semplicemente, dimenticandosene, associando ancora una volta il concetto disabilità=costo invece di considerarla una risorsa. Un’altra battaglia da portare avanti, dunque: riappropriarsi dei risvolti positivi della Legge 68/99.

La situazione dei servizi sociali che il territorio offre alle persone con disabilità vede il circolo vizioso che dalla riduzione delle risorse passa al progressivo abbandono dei loro fruitori, cui segue una riduzione del personale e il conseguente aumento delle rette; il finale è scontato.

Verso quale futuro ci stiamo/stanno spingendo? Quali le possibili azioni per tornare a discutere di sani principi?

Resta basilare la difesa dei diritti sanciti dalle leggi dello Stato, ma è necessario intervenire sui diversi livelli di quest’ultimo: in ambito legislativo, riproponendo e obbligando la disabilità nei luoghi di lavoro come forza vantaggiosa alle aziende, sia come strumento educativo nel reciproco rispetto delle differenze. E’ inoltre necessaria un’opera di sensibilizzazione delle amministrazioni locali, con la partecipazione alle Consulte sulla Disabilità (e la creazione di queste ultime laddove inesistenti), per riaprire un dialogo sul territorio che sensibilizzi la cittadinanza, anche quella più lontana dalle nostre realtà.

L’associazione Genitori Tosti in Sardegna ha attivato i laboratori educativo-didattici con la partecipazione attiva di numerose famiglie coi loro figli, che grazie alla collaborazione con le realtà locali offrono preziosi momenti di socializzazione fondamentali per rafforzare l’autostima.
In Puglia contribuisce ed ha contribuito sostanzialmente alla stesura delle linee guida sull’autismo, passo basilare per costruire un futuro per persone e famiglie oggi lasciate su percorsi solitari, tortuosi e con obiettivi confusi.
Stare al passo coi tempi non può significare solo ridurre i servizi sociali; si può fare meglio e di più. I buoni esempi, all’esterno e nel nostro territorio, non mancano.

I progetti sono molti ed ambiziosi; servono tempo, risorse e disponibilità ad impegnarsi. Abbiamo bisogno di persone con cui condividerli, con voglia di confrontarsi e di far sentire forte la nostra voce fuori dal coro. Abbiamo bisogno di persone toste; di voi.

L’anno nuovo si avvicina. Vi aspettiamo.

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