
A Expoaid 2026 è stato presentato il lato bello dell’inclusione. Ci sono state le buone prassi, le esperienze di successo, i progetti di vita indipendente realizzati o in corso. Senza dubbio. Ma in molti si sono chiesti se non sarebbe stato meglio investire quelle risorse per sanare alcune delle tante criticità irrisolte del nostro Paese. Perché a Expoaid, com’era prevedibile, non c’era spazio per quello che non va.
Decine, centinaia di persone con disabilità si sono incontrate, hanno conosciuto nuove realtà, hanno raccontato la propria storia di indipendenza confrontandosi e condividendo il proprio vissuto con tutti, con e senza disabilità. Lo stesso vale per le associazioni e le varie organizzazioni, che hanno scambiato esperienze trovando spunti e motivazioni per nuove prospettive di inclusione.
Non è scontato che così tante persone si incrocino, si vedano e si parlino. Una realtà che però non deve restare “virtuale” e svanire dopo i tre giorni di manifestazione. È stato davvero bello vedere la soddisfazione e la felicità nei volti di chi, almeno in questo contesto, è stato protagonista: da chi lavorava nello staff e nella ristorazione, a chi ha portato la propria voce nei panel, fino ai tanti visitatori curiosi di scoprire cosa offrissero gli stand. Un’ottima organizzazione, dove tutto ha funzionato bene.
Andando però a riflettere sul senso profondo di questo evento, è emersa evidente – per quanto scontata – una tendenza al pensiero uniforme, allineato alle politiche dell’attuale governo. Siamo in campagna elettorale? Sì, senza dubbio.
C’erano tutte le realtà del mondo della disabilità? No.
Poteva essere organizzato in un altro periodo? Può darsi, ma il primo Expo fu a settembre e i presenti quest’anno facevano notare come la scuola fosse la grande assente.
Si poteva fare in altro modo, a costi inferiori? Probabilmente sì, con una formula diversa.
C’è davvero bisogno di un’Expoaid? Non saprei. È stato fatto il paragone con gli eventi Erickson sulla scuola, considerati fondamentali per l’integrazione scolastica. Eppure la scuola reale non sta migliorando. C’è chi ha definito Expoaid “il ponte sullo Stretto” degli eventi sulla disabilità: un’opera d’impatto, forse utile, ma non in cima alle vere priorità.
Caregiver familiari e scuola
Dato che Genitori Tosti è particolarmente attiva sul tema dei caregiver familiari, riporto le impressioni del panel “Racconti e voci dei caregiver Familiari”. Tra relatori e relatrici il coro a favore del disegno di legge attualmente in “sosta tecnica” è stato pressoché unanime: bisogna approvarlo perché finalmente riconosce il caregiver familiare. Ma… ognuno ha posto un distinguo: convivente, H24, parente, gradi di parentela, uno solo per nucleo, e così via. Ma… le risorse sono largamente insufficienti. Ma… la barriera ISEE deve essere innalzata. Ma… il ruolo non va remunerato, serve piuttosto una pensione.
Vale la pena ricordare che la figura del caregiver familiare è già stata formalmente riconosciuta nel 2017. La verità è che, dopo il comma 255 della Legge 205/2017, nulla è stato strutturato in termini di sostegni reali.
E allora, non sarebbe meglio riscrivere da capo un testo che in realtà non soddisfa nessuno? Che senso ha approvare una legge sapendo già che andrà modificata, dato che nel frattempo discriminerà pesantemente la quasi totalità dei caregiver? E quando mai verrà corretta, visti i presupposti?
Per quanto riguarda le risorse economiche, non è vero che mancano. I quasi 30 miliardi di spesa militare, per esempio, si trovano. E se di fronte alle decine di miliardi necessari per il welfare tutti affermano che è impossibile recuperarli, allora a cosa serve questa legge? A una cosa sola, dico io: a capire che non saranno una legge o un’Expo a cambiare le sorti della gestione della disabilità in Italia.
È il sistema stesso che non regge più. In realtà non ha mai retto, approfittando del lavoro gratuito di milioni di persone che letteralmente si immolano per i propri cari. Questo scenario è l’emblema di un modello sociale che va radicalmente cambiato. Non sarà la prossima tornata elettorale, e nemmeno quella successiva, a trovare la soluzione. La storia lo dimostra, specie se ci si affida ai suoi rigurgiti.
Analogamente, sul fronte dell’istruzione, resto convinto che il nodo dell’inclusione si possa sciogliere solo con adeguati stanziamenti. Expoaid è stato un evento di successo grazie ai 5 milioni di euro spesi; lo stesso principio vale per la scuola, la sanità, il sociale e il lavoro. Se vogliamo cambiare le cose nella scuola, ripartiamo dagli 8 miliardi tagliati dal governo Berlusconi. Altrimenti, continuare a parlare di scuola, sanità e caregiver rimarrà soltanto uno sterile esercizio di stile. Solo aria fritta.







