Persone con disabilità. Perché le parole sono importanti.

Scritto apparso sul gruppo Facebook dei Genitori Tosti. A proposito delle dizioni sulla disabilità: da handicap, handicappato, diversamente abile, disabile, eccetera.
Persona. O persona con disabilità.
E’ un luogo comune, tuttavia vero, rendersi conto, osservandolo ripetutamente, che un oggetto è assai diffuso quando diventa per noi interessante. Dimenticandosene velocemente.
Per una persona con disabilità o per la sua famiglia, coinvolti in questo periodo sul tema della scuola “grazie” alla riforma sull’inclusione scolastica, è facile osservare che la gamma di termini con i quali si viene identificati è quanto mai ampia, andando a ripescare parole che la disabilità non vorrebbe più sentir parlare, ne’ vedere. Come padre di una persona con disabilità, sentire parlare ancor oggi di handicap e handicappato, portatore di handicap, diversamente abile, disabile, diversabile ecc, ai quali si sommano le declinazioni frequentemente dispregiative sulla patologia/condizione della persona, offre la misura di quanta strada debba ancora fare la società per poter dirsi realmente inclusiva.
Capita che con Ross Aliprandi si discorra proprio di questo e si incorra in brevi ma significativi confronti con chi, si da per scontato, abbia acquisito che la “Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità”, essendo l’ultima fondamentale Legge dello Stato sul tema, sia il riferimento, lo stato dell’arte anche sotto questo aspetto. Scoprendo, amaramente, che non è così.
Persone con disabilità è il termine utilizzato dall’ONU e dallo Stato italiano.
Capita invece ancora trovare “diversamente abili” diffusamente utilizzato, come in questi giorni nelle audizioni delle commissioni proprio mentre si parla della riforma dell’inclusione scolastica,
Sia chiaro che non ne facciamo una colpa. Crediamo però che sia importante mettersi nei panni delle persone delle quali /con le quali stiamo parlando. E riflettere.
Sarà questo svilimento che lo Stato fa di se stesso, della vergognosa distruzione dello stato sociale, a generare una mancata evoluzione del linguaggio? Ebbene, se è così ribelliamoci anche a questo!
Vorremmo semplicemente che si parlasse di persone. Siamo tutti persone, punto. Se poi diventa indispensabile scendere nello specifico delle particolarità della persona, allora si aggiunga il “con disabilità”. Semplice, no?
Facciamo un avanzamento culturale, le parole contano. Insegniamolo sempre, costantemente, con ostinazione ai nostri figli, ai ragazzi, agli alunni e studenti: le parole sono importanti. Altrimenti, tocca sentire dai nostri figli che il vicino di banco “mi ha chiamato …ciao handicappato! Perché, papà?”
Stavolta una risposta semplice da dare a un bambino o ragazzino non è per nulla scontata. Forse può esser utile, in uno slancio tecnologico, dimostrare ai pargoli che chi dice così, semplicemente sbaglia. Guardiamo ad esempio cosa ci dice Google. Ecco, sediamoci al pc e ricerchiamo insieme “persone con disabilità o diversamente abili”. Riportiamo per brevità solo i risultati della prima pagina del motore di ricerca.
La prima risposta arriva dal Corriere: http://invisibili.corriere.it/2012/…
“Le parole sono importanti. Basta! Proviamo a non usarli più? Diversamente abile, invalido, disabile: basta! Le parole sono importanti. Di più, le parole mostrano la cultura, il grado di civiltà, il modo di pensare, il livello di attenzione verso i più deboli. Non è una esagerazione. Cambiamo il linguaggio e cambieremo il mondo. Ci sono parole da usare e non usare. E quelle da non usare non vanno usate. Hai voglia a dire: chiamami come vuoi, l’importante è che mi rispetti. No! Se mi chiami in maniera sbagliata mi manchi di rispetto. Se parliamo di disabilità, proviamo a usare termini corretti, rispettosi? Parole da usare e non usare. Concetti da esprimere o da reprimere. Semplicemente: persona con disabilità. L’attenzione sta lì, sulla persona. La sua condizione, se proprio serve esprimerla, viene dopo. La persona (il bambino, la ragazza, l’atleta ecc.) al primo posto. Questa è una delle indicazioni fondamentali che giungono dalla “Convenzione Internazionale sui diritti delle persone con disabilità” (New York, 25 agosto 2006, ratificata, e quindi legge, dallo Stato Italiano). Non: diversamente abile, disabile, handicappato (ma lo usa ancora qualcuno?)”
Si mannaggia!, lo usano ancora tanti! Anche il compagno di banco! Comunque sia grazie Claudio Arrigoni, questo primo link ci conforta.
Andiamo avanti: il secondo responso è prezioso, arrivando nientemeno che dall’Accademia della Crusca, da Federico Faloppa: http://www.accademiadellacrusca.it/… :
“L’inglese to handicap – che in italiano ha dato origine prima al verbo handicappare ‘porre in stato di inferiorità’ e poi al participio con funzione sia sostantivale sia aggettivale handicappato…” E ancora: “Nelle loro accezioni medico-sociali handicap e handicappato (in forma quest’ultimo tanto di sostantivo quanto di aggettivo) sono stati avvertiti come legittimi (e semanticamente neutri) almeno fino agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso. Non a caso, ancora nel 1992, la Legge quadro 104 si proponeva di normare “l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”. Tuttavia, durante lo stesso decennio, si è assistito a un significativo avvicendamento tra le coppie handicap/handicappato e disabilità/disabile. Lo si evince non solo dalla stessa giurisprudenza, ma anche da altre forme di testualità (basta inserire i binomi in un motore di ricerca di un qualsiasi quotidiano nazionale per fare una prima sommaria verifica), che documentano piuttosto chiaramente la novità nel paradigma.”
Così chiude l’articolo:

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La protesta continua, come prima. #ritirodeleghe

Basta una apparente retromarcia (che peraltro ribadisce quello che già è norma oggi) per sgonfiare la protesta?
Si chiacchierava con Gianfranco oggi pomeriggio sui vari articoli e scritti, ed eccolo qua fresco fresco quello del ministero. http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/cs090217quater
Così pare, il MIUR correggerà la mira sugli esami di secondaria di primo grado. Speriamo.

Ma in mezzo alle “belle” parole del comunicato troviamo un tale concentrato di ipocrisia per il quale ci chiediamo se la ministra abbia mai letto gli Atti che ha presentato. Atti che sono infarciti di discriminazioni incrociate tra loro.
Non condividiamo lo sforzo che una parte del mondo della disabilità sta facendo per “raddrizzare” l’impianto dei decreti delegati per diverse ragioni: che sia fatto “in ambito parlamentare” è innanzitutto cronologicamente errato; luoghi, tempi e modi per progettare un miglioramento della normativa sono stati completamente ribaltati con un’imposizione autoritaria assai poco democratica. Per questo chiediamo il ritiro delle deleghe e una nuova stagione di confronto.

Siamo lieti che la discussione avvenga nell’Osservatorio sull’Integrazione scolastica; peccato che non si sappia chi e come lo abbia convocato, e come mai ci sia una parte del mondo della disabilità; quella che ha contribuito a creare questa triste situazione.
Fa anche piacere che la ministra nel correggere una prima aberrazione che il suo Ministero ha concepito richiami la Legge 104/92; nel leggere queste frasi del comunicato ci si accappona la pelle pensando a come vogliano destrutturare la filosofia di fondo della stessa 104. Crediamo sia saggio da parte sua ritirare le deleghe, partendo dal principio che la Legge 104/92 debba essere il punto di partenza per sancire e aumentare diritti e, soprattutto, risorse. Non il contrario. Il decreto delegato è da rivedere completamente, è inemendabile.
Di spunti per migliorare l’inclusione scolastica delle persone con disabilità ne abbiamo forniti in questi anni tantissimi. Abbiamo chiaro che la ricchezza della disabilità per la politica sia, anche con questo Governo, un pollo da spennare. Basterà una apparente retromarcia per sgonfiare la protesta? No.

#ritirodeleghe

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Sondaggio: i genitori sulla riforma dell’inclusione scolastica, Atto 0378

Abbiamo recentemente pubblicato il pensiero dei GT sull’Atto di riforma dell’inclusione scolastica presentato dal Ministro Fedeli, considerandolo negativo e portatore di una lesione discriminatoria dei diritti generali delle persone con disabilità, andando a scardinare tutte le basi di tali diritti, modificando le Legge 104/1992 e 328/2000.

Vorremmo conoscere l’opinione delle famiglie, per poter consegnare al MIUR e al Ministro Fedeli una fotografia del pensiero delle famiglie, nella convinzione che quello del governo sia un attacco senza precedenti nella storia della Repubblica ai diritti delle persone con disabilità. I risultati del sondaggio verranno esposti al convegno del 24 febbraio a Roma organizzato dalla Rete dei 65 Movimenti che lottano per il ritiro degli Atti presentati dal Governo, cui Genitori Tosti fa parte.

Perciò vi preghiamo di leggere l’Atto e le varie opinioni apparse in questo periodo, quindi rispondere al sondaggio che segue, condividendolo con le persone che conoscete.

Grazie

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C’era una volta la scuola inclusiva.

Il Governo, per tramite del Ministro Fedeli, sceglie di varare otto decreti legislativi di attuazione della Legge 107/2015, la cosiddetta “buona scuola”.

Tra esse, anche l’atto che riguarda la riforma del sostegno scolastico per gli allievi con disabilità. Genitori Tosti ha affermato fin dal principio che questa riforma è un grave errore, per diversi motivi sui quali, a breve, torneremo.

Non soffermandoci ora sul fatto che il testo della riforma è stato, sino ad oggi tenuto pressoché “segreto” e senza un confronto/dibattito aperto e diffuso, con modalità perciò assai poco democratiche, sintetizziamo i punti fondamentali per cui consideriamo negativo per l’inclusione scolastica (e probabilmente non solo per quella), il cambiamento che temiamo si verificherà

 

Nell’Atto 378, regna una confusione nei contenuti che definire imbarazzante è un eufemismo. Un testo, peraltro, non accessibile, contrario quindi alle disposizioni di  Legge.

Iniziamo male.

 

Articolo 1 Principi e finalità

comma 2: L’inclusione scolastica si realizza … attraverso… la condivisione del progetto inclusivo fra scuole, famiglie e altri soggetti, pubblici e privati.

Ricordiamolo bene: nell’articolo 1 si citano le famiglie. Che, invece, sono gli attori principali del processo inclusivo a scuola e che nell’Atto sono state accuratamente ignorate ed escluse!

L’articolo 1 riassume tutto quello che idealmente vorremmo fosse la quotidianità.

Ma constatiamo anche che il privato è, da questo Governo, affiancato al pubblico, concetto che continua nell’opera di distorsione della Costituzione. La scuola pubblica è una. Le altre sono private. Le paritarie sono private alla pari di quelle propriamente dette.

Tra i principi era il caso di specificare il ruolo sociale della scuola, di costruzione della socialità per le persone con disabilità, concetto da riprendere nell’articolo 6 in merito all’evoluzione della persona.

 

Articolo 2 Ambito di applicazione

comma 2: Per gli alunni e gli studenti di cui al comma l, l’inclusione scolastica è attuata attraverso la definizione e la condivisione del Piano Educativo Individualizzato di cui all’articolo 11 parte integrante del progetto individuale di cui all’articolo 14 della legge 8 novembre 2000, n. 328, come modificato dal presente decreto.

Torniamo al concetto citato più sopra: è del tutto inutile e fallimentare legarsi a prassi che non sono mai state rispettate e diffuse in modo omogeneo e capillare sul territorio. Chi conosce i dati reali della percentuale di Progetti di Vita elaborati, attuati, condivisi ed efficaci? Con ciò si torna a ribadire che è prioritario applicare nell’effettività le leggi che già abbiamo e che sono ottime! Mentre le suggestioni dell’Atto potrebbero prendere corpo solamente in uno slancio di risorse economiche, professionalità trasversali tra pubblico e (qui sì) privato. La realtà invece, che è quella con cui dobbiamo fare i conti, non con la fantasia, vede i Piani di Zona (e gli stessi uffici che li gestiscono) in enormi difficoltà nella spasmodica ricerca di risparmi, con la sempre più diffusa compartecipazione alle spese per le famiglie.

Vogliamo giocare alla somma delle difficoltà scommettendo su chi riesce a far meno?

Se la suggestione fosse invece affiancata da un piano di spesa blindato (ma conosciamo tutti lo svuotamento dei fondi attuato con una progressione verticale; basta una legge di stabilità, no?) sarebbe un punto interessante da sviluppare. Preoccupa, e molto,dato il resto del testo, il cambiamento (e le finalità) che da questo Atto deriverà alle leggi cardine della disabilità: oltre alla 104/92 anche, in questo articolo 2, la 328/2000.

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Nelle città in cui Santa Lucia porta regali (ma non per tutti)

Il 13 dicembre, sarà, di nuovo, Santa Lucia e per le città italiane in cui si festeggia questa ricorrenza – la mia (Verona) è una di queste – significherà che i bambini al loro risveglio troveranno tanti regali, quei giocattoli tanto desiderati e per i quali magari si viene anche incoraggiati a scrivere una letterina alla Santa.
Nella mattinata di domani, poi, anche a scuola si troveranno regali: le rappresentanti di classe, infatti, già da settimane si sono attivate, in accordo con le insegnanti, per far trovare sui banchi quelle cose ritenute “utili” e i dolcetti “sani”, e tutti uguali, per carità.
In alcune scuole ci saranno anche i cestoni di raccolta per i giocattoli riciclati da destinarsi ai bambini “meno fortunati”, cosicché anche loro abbiano una Santa Lucia.
E che dire dei banchetti che ogni anno nella mia città si moltiplicano, per aiutare tutti i genitori ad affrontare questa ricorrenza in modo dignitoso verso i loro pargoli?

Chissà, se in tutto questo qualcuno si è mai domandato chi fosse questa Santa e perché porta i regali ai bambini. Sicuramente nessuno, di quelle persone che rientrano nella categoria dei “gravemente normodotati”, ha mai avuto il benché minimo sentore che esistano dei bambini che non riescono a giocare con i giocattoli progettati per i bambini “normodotati”. E ogni anno a Santa Lucia, a Natale e all’Epifania, non festeggiano un bel niente. Neanche a scuola.
L’augurio quindi, che faccio sempre ogni anno, è che qualcuno cominci ad accorgersene e reagisca di conseguenza. Così, magari tra qualche anno, i genitori come me potranno entrare nei negozi di giocattoli e fare acquisti come qualsiasi altra madre e padre. Per la gioia dei pargoli.
Buon 13 dicembre a tutti!

Alessandra Corradi

Presidente Genitori Tosti in Tutti i Posti

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