Ripartire dalla “Casa di Alice”. Contenzione, blocco fisico, timeout… Di cosa stiamo parlando? [2/3]

[Antefatto]

[leggi la prima parte]

Il più elementare dei diritti di libertà solennemente garantiti dalla costituzione è il diritto alla libertà del proprio corpo, il diritto a non essere contenuti, a non essere legati. Quello di potersi muovere liberamente è il diritto primario, al quale conseguono tutti gli altri diritti. Tale diritto spetta a chiunque. Anche gli autori dei più gravi reati hanno la libertà di muoversi, seppur entro i limiti del carcere e delle sue regole. È qualcosa di ancora più forte di un diritto, è la condizione necessaria per una vita umana. Eppure basta una malattia, una perturbazione della mente, uno stato di dipendenza da droghe o da alcool, oppure semplicemente la vecchiaia, perché questo fondamentale diritto venga messo in discussione.

L. Grassi – R. Ramacciotti

Approfondiamo ora la questione dal punto di vista dell’autismo e delle tecniche base del metodo comportamentale, così chiaramente descritte da Richard M. Foxx nel testo omonimo edito in Italia dalla Erickson.

2) Blocco fisico

“Il blocco fisico è una procedura avversativa, impiegata quasi esclusivamente nel trattamento di casi gravi di comportamento lesionistico e, a volte, nella cura di comportamenti pericolosi o altamente distruttivi, come ad esempio casi gravi di aggressività verso cose o persone”.

Un blocco fisico può essere “contingente”, quando

impedisce allo studente di muovere gli arti e/o il corpo per un determinato periodo di tempo in seguito a un suo comportamento inadeguato [e] viene impiegato come conseguenza negativa di un comportamento indesiderato

“non contingente”,  se viene

“attuato in modo arbitrario e ha funzione prettamente preventiva” [anche l’utilizzo di un casco per impedire l’autolesionismo rientra in questa categoria, n.d.a.].

Mentre il primo tipo di blocco

“è un intervento programmato che prevede anche la rilevazione di dati inerenti il trattamento”,

il secondo

di norma non influisce sul futuro manifestarsi del comportamento in questione. Si raccomanda quindi di non attuare questo tipo di contenzione se non in casi di assoluta necessità“.

L’autore illustra pro e contro della procedura, includendo raccomandazioni su

come farne uso in modo accorto e accettabile da un punto di vista umano

Particolarmente importante per l’argomento di cronaca qui trattato è il paragrafo di chiusura del capitolo dedicato alla procedura.

L’insegnante, in sintesi, non dovrà mai ricorrere a una procedura di blocco fisico se non quando il comportamento inadeguato è di gravità tale da giustificare i rischi potenziali ad essa associati. L’insegnante dovrà, soprattutto, documentare che cosa sta facendo e ottenere il permesso scritto di tutte le parti in causa – studente, genitori, amministrazione e comitato per i diritti umani – prima di intraprendere un trattamento del genere. L’insegnante dovrà inoltre assicurarsi che tutti i membri dello staff che impiegano tale procedura abbiano ricevuto un addestramento specifico. Sarà dunque opportuno che i membri dello staff si esercitino praticando fra loro il blocco fisico sotto l’occhio vigile dell’esperto responsabile dell’attuazione del programma. Non bisogna mai adottare il blocco fisico con uno studente senza averlo provato in prima persona.

Il primo elemento che andrà verificato nell’episodio in questione è l’esistenza del consenso informato delle famiglie, uniche a poter autorizzare procedure e tecniche comportamentali molto avversive e intrusive. Se non viene acquisito (e l’amara sorpresa dei genitori sembrerebbe provarlo) o il protocollo sottoscritto dai genitori non è adeguatamente esplicito in merito, nulla di tutto ciò può essere messo in atto.

Non basta difendersi affermando che la normativa regionale prevede (art.8) l’esistenza nelle strutture di “una stanza per gestire eventuali momenti di crisi” perché il suo utilizzo non è possibile all’insaputa dei genitori e va adeguatamente documentato. La tecnica del timeout ha precise indicazioni metodologiche.

Ne consegue pertanto la necessità di controllare la corrispondenza tra i momenti di “timeout” e la loro puntuale registrazione in termini anche di durata.

Gli operatori, tra cui – leggiamo –

Colucci [coordinatore del centro, n.d.r.] è l’unico tecnico della struttura in possesso di una laurea, e di cognizioni specifiche su come trattare persone che, come nel caso in questione, sono affette da autismo in forma molto grave…[e gli altri? n.d.r.]

non devono semplicemente aspettare che qualcuno giustifichi il loro operato ma devono spiegare cosa fanno nei video, validando l’operato secondo quanto previsto dal protocollo (controfirmato dai tutori e minuziosamente descrittivo rispetto alle condizioni in cui praticare il timout e alla durata dello stesso) e dai programmi educativi, documentazione alla mano.

Per esplicitare meglio questo concetto, approfondiamo il significato di timeout…

Maria Grazia Fiore

rappresentante Coordinamento A.P.A.
vicepresidente e referente regione Puglia
Genitori Tosti In Tutti I Posti ONLUS

[leggi la terza e ultima parte] In pubblicazione

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