Sostegno scolastico: migliorare si deve, peggiorare no.

Screenshot 2015-12-02 14.53.49In questo scritto:
La riforma del sostegno, tanto voluta da una parte del mondo associativo sulla disabilità quanto osteggiata sia dalla scuola che dall’altra parte delle associazioni delle famiglie, in realtà riguarda l’intero processo di integrazione scolastica e non funzionerà. Ne vediamo i perché.
Abbiamo leggi sull’integrazione scolastica che le altre nazioni studiano e invidiano. Perché cambiarle? Perché rinunciare a renderle attuate?
Come mai siamo in una situazione diffusa di insoddisfazione sull’integrazione scolastica?
Come mai si cerca di togliere la possibilità alle famiglie di interagire con lo Stato?

 

Diamo qualche ulteriore spunto di riflessione sulla prossima riforma del sostegno, esaminando il disegno di legge che il Governo, tramite la delega contenuta nella Legge 107/2015, probabilmente farà suo, sia con l’aiuto di alcune affermazioni raccolte nel seguire in prima persona la realtà della disabilità.
Sebbene possa apparire come un cambiamento di portata limitata, interessando un numero esiguo di studenti; sebbene possa apparire come la tanto richiesta qualità nel sostegno scolastico agli allievi con disabilità, in realtà la riforma del sostegno è una delle armi di maggior calibro per cambiare l’intero sistema scolastico che è il vero obiettivo politico, mentre per l’agognata qualità si dovrà aspettare ancora a lungo. Il sostegno scolastico odierno nasce nel 1977, evolvendosi parallelamente ai cambiamenti e alle riforme della scuola. Arriva ai nostri giorni in affanno, soprattutto dopo che le riforme vi hanno travasato migliaia di docenti perdenti posto senza alcuna preparazione in un campo che deve, invece, vedere competenze di livello particolarmente elevato, sia un’amore per la propria professione ancor più spinto rispetto agli altri insegnamenti.
Molte voci insistono nel prevedere la fine dell’attuale figura dell’insegnante di sostegno: purtroppo è vero, essendo una misura sulla quale convergono un buon numero degli studiosi in materia, sia da una parte delle associazioni che si occupano di disabilità, considerandola, evidentemente, la panacea per l’integrazione scolastica che, in certe visioni, sarà affidata agli insegnanti di classe affiancati da esperti, mentre per altre il sostegno cambierà radicalmente pelle, specializzandosi su disabilità specifiche in una professione temporalmente indefinita.

Lascia perplessi la volontà di pochi di volersi sbarazzare di un sistema scolastico frutto di decenni di studi e faticosa applicazione, quando la massa silenziosa avrebbe certamente da offrire buoni consigli, buone prassi ed esperienze da studiare approfonditamente per migliorare l’attuale integrazione scolastica, massa che si guarderebbe bene dal pensare di eliminare l’insegnante di sostegno nella sua attuale configurazione pedagogica. In Italia oltre duecentomila allievi con disabilità sono seguiti da più di centomila insegnanti di sostegno. Senza dubbio tutte anelano continuità, ore e preparazione dei docenti adeguate (elementi da decenni previsti dalla normativa), ma quante delle duecentomila famiglie desiderano non avere più l’attuale figura dell’insegnante di sostegno? E quante sono consapevoli di cosa accadrà? Dove sono i dati statistici in merito? Resta un dato di fatto: che il disegno di legge non è frutto di un intesa corale tra associazioni, docenti e persone con disabilità e loro famiglie, mentre, seppur nell’evidenza che nasca da un diffuso, questo si, malumore su come vengono attuate e, più spesso, mal interpretate le norme sull’integrazione scolastica, il cambiamento radicale della struttura normativa in vigore non appare una scelta ponderata e lungimirante; soprattutto, non tiene minimamente conto della condizione politico/economica nella quale si innesterà.

Sembra si son voluti perdere di vista con particolare cocciutaggine i bisogni basilari della scuola. A norme perfettibili ma di una qualità che nessuno oggi sembra lontanamente in grado di avvicinare (e, tristemente, di capire) verrà sovrapposto un peso di codici dalle fragili fondamenta, del tutto inutile per la disabilità.

Non si costruisce infatti su un sistema eroso da anni di colpi e tagli che già oggi, riforma dopo riforma, è in grave affanno e che non collassa soprattutto grazie alla volontà dei docenti (di lavorare spesso con extra non retribuiti) e delle famiglie di spendersi in prima persona nella scuola. Bisogna, invece, ridargli vigore e, contemporaneamente, verificare che tutti rispettino le leggi (non a caso il male più diffuso nel nostro paese). Dimenticare la storia recente alla ricerca di una “semplicità” mal posta non porterà che danni al sistema scolastico; sulla labilità del telaio scolastico risultante potrà poi essere ricostruita la ghettizzazione degli allievi con disabilità. Un disegno di legge che si basa, prendendole ad esempio, sulle passate riforme della scuola:

  • Berlinguer
  • Moratti
  • Fioroni
  • Gelimini

che hanno tutte mirato a ridurre le risorse, offrendo ognuna qualche povera/nulla innovazione pedagogica dando, invece, impulso alla disgregazione della scuola pubblica e alla sua progressiva privatizzazione; in un simile panorama, quale fiducia può incontrare? Senza dubbio quella della politica, che da tempo lavora in sincrono sull’obiettivo di alienare il bene pubblico più prezioso che abbiamo, quello del futuro dei nostri figli. Sicuramente anche da chi ha fiutato il business delle scuole private, seguendo il drammatico esempio delle riforme sanitarie.
Abbiamo tuttavia la consapevolezza che la realtà odierna è questa; quindi, come consuetudine, analizziamo il momento e proponiamo soluzioni senza limitarci alla critica. Iniziamo esaminando alcuni spunti inerenti la riforma del sostegno.

Dato che per comprendere i cambiamenti è importante aver chiara l’attualità, partiamo dal vedere come le famiglie, oggi, possono interagire con il mondo scolastico entrando a far parte degli organi collegiali, nei Gruppi di Lavoro, interagendo con gli Uffici Scolastici. Non sono certo pochi i momenti che includono i temi della disabilità, ma, d’altro canto, non possono esser meno in una filiera altamente complessa che dal Ministero raggiunge organicamente i vari ambiti territoriali. Eliminare degli anelli della catena della partecipazione dei genitori significherebbe eliminare di fatto la presenza dal basso delle famiglie e l’impossibilità, ad esempio, di poter lavorare sulle singole scuole, oppure di relazionare la scuola al territorio comunale/sovracomunale. Ma, forse, è proprio a questo che la politica mira. Più semplice, invece, un sistema capace di ergere un muro di gomma dal quale le risposte non arrivano oggi e non arriveranno domani. Già l’autonomia scolastica ha compromesso una parte delle interazioni, passando da un’incompleta trasformazione alchemica dei presidi in manciate di dirigenti scolastici senza risorse, per proseguire con l’alienazione di un (in)congruo numero di uffici scolastici territoriali e alla folle corsa all’istituto comprensivo. Passando per la “buona scuola”, prosegue con questa proposta del disegno di legge volta a togliere alle famiglie l’anello di congiunzione col territorio costituito dai GLIP, Gruppi di lavoro provinciali. Già il furto (legalizzato?) del continuo taglio di risorse ai bilanci delle iniziative del GLIP, dei FoPAGS, dei CTS, ecc., li ha lasciati senz’anima operativa. Ora per mano della disabilità (una sola però, l’altra è qui a negare questa scellerata volontà) si vuole tagliare quello scomodo filo col territorio, lasciando la sola voce delle federazioni, FISH e FAND, a dirigere i giochi. Un gioco al massacro in una scelta senza buon senso, lontanissima dai concetti cari alla disabilità, quelli dell’integrazione e inclusione di tutte le persone.

Quello presentato è, come detto, l’attuale sistema di partecipazione dei genitori nella scuola, in particolare per chi vive la disabilità. Proseguiamo osservando criticamente cosa non funziona nell’inclusione scolastica e quali i punti che il disegno di legge di riforma del sostegno scolastico dovrebbe sanare.

Che l’integrazione sia fallita con certi tipi di disabilità è un dato condiviso.
E’ realistico parlare di difficoltà a trovare le strategie per supportare tutte le disabilità e in particolare quelle più gravi, sulle quali la scuola più spesso annaspa. Ed è altrettanto vero che i risultati nella gestione pedagogica delle infinite terre di mezzo dipende dalle persone. La domanda è: perché succede? Esistono realtà dove anche la disabilità più difficile da integrare ha avuto risposte con strategie adeguate. Replicabile? Certo, ma ci vogliono, tra l’altro, professionisti preparati e luoghi funzionali. Entrambi costano.

La battaglia è sempre la stessa e, fortunatamente, travalica i confini (indefiniti) della disabilità: diffondere il concetto e raggiungere il risultato di essere umani con uguali diritti e doveri è l’obiettivo sul quale si costruisce tutto il resto. Senza questa base non si va da nessuna parte, se non quella che chi governa ha chiaramente indicato: chi ha di più può di più. Ergo: non è gran che condivisibile il concetto di “fallimento” dell’attuale integrazione scolastica, e neppure la ricetta per migliorarlo contenuta nella “riforma”.

Il diritto allo studio verrà inserito tra i livelli essenziali (art.3), finalmente il diritto per gli allievi con disabilità non sarà soggetto a bilanci ma sarà pienamente esigibile. Sulle cifre stanziate ci sono dei fondi che forse andrebbero aumentati , ma si valuterà dopo se saranno o meno sufficienti;  considerato che oggi non abbiamo neppure dei diritti per i nostri ragazzi, non si può contestare la riforma.
I Livelli Essenziali di Assistenza, LEA, hanno segnato l’ennesima stortura italiana, frutto della mancanza di attenzione e aggiornamento. Come in numerosi altri ambiti, dopo aver elaborato una legge potenzialmente buona, l’assenza di aggiornamenti e, soprattutto, la costante inadeguatezza dei fondi causata da tagli al sociosanitario, dopo una fase di legittima speranza in uno Stato equo verso le maggiori difficoltà, ci si è resi conto della beffa legata all’inutile promessa: i LEA hanno avuto bisogno di una ininterrotta battaglia per non trasformarsi in una diminuzione dei diritti ante legge. Affermare che il diritto allo studio non sarà soggetto a ragioni di bilancio è storicamente dimostrato essere una pia illusione. Inoltre, determinati supporti già parte essenziale dei diritti delle persone con disabilità a scuola sui quali gruppi di famiglie hanno lottato affinché ciò non venisse ignorato. Oggi il diritto allo studio è garantito, tra l’altro, dalla Costituzione e dalla Legge 104/92; non garantirlo significa ledere i diritti primari delle persone. Difendere i diritti delle persone è la vera battaglia che deve essere fatta, similarmente a quella sui diritti dei Care Giver familiari. Ne’ più ne’ meno. Non ci sono leggi che tengano se chi governa decide di fregarsene; solo le persone, la loro volontà e determinazione possono garantire l’applicazione delle leggi e il riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità.
Scendere di livello porterà ad essere ancor più nelle mani del legislatore di turno; i tagli che stanno alla base delle riforme vengono venduti per progresso dai politici, ben sapendo, da bravi furbetti, che dopo sarà molto più semplice intaccare diritti e fondi.

In un approccio più corretto si sarebbero definiti quali bisogni/diritti non sono stati riconosciuti, valutandoli all’oggi per stabilire i fondi necessari, esigendoli con il supporto della magistratura e delle forze di polizia, approfondendo in seguito ogni singolo tema rivalutandolo sistemicamente con la definizione delle successive scansioni temporali.
Oltretutto, il sistema per valutare la qualità dell’inclusione scolastica nelle singole classi, scuole e nell’intero sistema di istruzione, anche in relazione ai tempi e agli organismi competenti, poteva già da tempo essere compiuto efficacemente se il sistema dei GLHO e GLHI fosse stato applicato e monitorato. E in questo caso sì senza oneri aggiuntivi per lo Stato e senza appoggiarsi a un sistema di valutazione obbrobrioso come quello elaborato in questi ultimi anni.
Ah, andate a vedervi come funzionano i GLI magari durante l’elaborazione dei PAI e vi farete altre tristi esperienze. Come scritto in precedenza, solo l’abnegazione dei docenti fa si che il sistema scolastico non sia ancora crollato.

Un’ulteriore considerazione: nella struttura gerarchica del mondo del lavoro, è universalmente riconosciuta la responsabilità delle figure apicali. Nella scuola, il dirigente scolastico ha il compito di gestire e distribuire le risorse finanziarie, umane e strumentali, con la conseguente responsabilità disciplinare. Oneri e onori dell’autonomia scolastica.
A chi, dunque, rivolgersi qualora sia evidente l’inadeguatezza o, peggio, la discriminazione nei confronti degli allievi con disabilità? Quando il pesce puzza dalla testa…

La riforma incentiva la formazione continua di tutti gli insegnati
Vero, la formazione di tutti coloro che lavorano nella scuola è una necessità che da sempre si scontra con la mancanza politica e l’attrito sindacale, quest’ultimo per certi versi sacrosanto: lavorare per la gloria è un lusso che solo le fantasie deliranti della politica possono immaginare.

Non va scordato che l’integrazione scolastica è legata strettamente alle sorti della scuola pubblica: un corpo docente nell’impossibilità di esprimere professionalità a causa dei tagli lineari degli ultimi anni, senza strumenti, risorse e supporti, genera il conseguente decadimento esponenziale della qualità dell’integrazione scolastica.
Inoltre, anche in questo caso la legge già prevedeva la formazione di tutti! Tuttavia, siamo ottimisti: diciamo che è stato messo un accento su un concetto già espresso da tempo. Sorgono però una serie di interrogativi: come viene effettuata la formazione? Abbiamo visto l’approccio attuale della formazione continua e non pare adeguatamente strutturata: proprio la struttura non possiede le basi per ottenere alcun buon risultato. Si obbligano docenti già più che sfruttati ad altri sacrifici. E una volta finita, si darà in pasto sempre al docente di cui sopra una classe con, in media, almeno un paio di allievi con disabilità, un numero non indifferente di allievi con varie difficoltà, allievi stranieri con bisogni linguistici… Si interviene in una situazione assai compromessa, quella situazione che ha portato molte delle famiglie con figli con disabilità a odiare e, sempre più, ad allontanarsi da questa scuola. Ragioniamo sul perché siamo in questa impasse, sul come (ma anche sul chi, visto che nomi e cognomi sono ancora li a vomitare teorie fuori da ogni buon senso e sono pure eletti e osannati…) è stata cambiata la scuola negli ultimi 20/30 anni.
E, comunque, non basta il testo della Legge 107; bisogna vedere i programmi e le strategie per la loro attuazione e le modalità di erogazione, bisogna parlare con i docenti (tutti, sia favorevoli che no), con i dirigenti e, last but not least,… le famiglie. Tutte, andando, auspicabilmente, un poco oltre i ridicoli teatrini pre-buona-scuola.

La Legge 107 crea un contesto apposito di valutazione periodica sul lavoro dell’integrazione nella quale partecipano anche i genitori.
C’è bisogno urgente che una figura ormai pressoché sparita (chissà per quali motivi) dalla scuola torni ad operarvi in modo determinante: i pedagogisti devono essere una presenza costante in tutte le scuole, con una rete di informazioni sulle professionalità ed esperienze reciproche. Senza di loro, sfido qualsiasi famiglia anche ben preparata a penetrare le procedure didattico/amministrative della scuola.
La partecipazione delle famiglie appare, poi, del tutto dimenticata o, peggio, osteggiata. Partiamo da una considerazione: ogni volta che partecipiamo a incontri e convegni con le famiglie, alla domanda di quanti conoscano cosa sia un GLH, capita di rado che sia più di un paio di mani ad alzarsi. Per non parlare del resto della struttura partecipativa già citata. Tuttavia, in questi anni abbiamo avuto molteplici riscontri positivi quando i genitori, preso atto delle possibilità previste dalle leggi, hanno (ri)attivato i Gruppi di Lavoro sull’Handicap, partecipando ai GLIP, compiendo una parte del lavoro che la scuola avrebbe dovuto da sempre mettere in pratica, obbligando i Dirigenti Scolastici a far rispettare i diritti di allievi e famiglie. Tralasciando la qualità dei lavori di alcuni GLH, reali solo sulla carta, si sta parlando dell’ABC dell’integrazione scolastica e dell’assenza dei suoi pilastri; e  piacerebbe non poco saper come mai le federazioni sulla disabilità abbiano lavorato troppo poco su questa stortura tutta italiana.

La legge 107 riconosce le diverse modalità di comunicazione degli alunni con disabilità ed impone un adeguamento all’intera scuola verso queste modalità comunicative
Che la scuola garantisca la comunicazione agli allievi con disabilità equivale a garantire il diritto allo studio: un allievo che non può accedere alle strategie corrette: CAA, oralismo, LIS, ecc, con ogni probabilità avrà un futuro difficile. Ma è un elemento contenuto già nelle attuali norme. Scendiamo però nel dettaglio: quali modalità comunicative? Sono numerabili? E universali, replicabili e di efficacia scientificamente dimostrata?
Ragioniamo sui motivi per cui non sempre (o, se vogliamo, raramente) il diritto alla comunicazione non venga riconosciuto e applicato. Perché esistono, sono conosciuti e presenti ambiti nei quali insegnanti di classe lavorano sulla integrazione attraverso la comunicazione per tutti. E’ una questione di mancata volontà? di mancato controllo? di ignoranza? di mancanza di fondi? Oppure si vogliono veicolare modalità comunicative “di moda” senza passare da un vaglio scientificamente serio, spennando ulteriormente lo Stato?  

La riforma introduce delle maggiori valutazioni di performance per favorire l’inserimento scuola/lavoro
Andiamo a vedere quali sono e come vengono comunicate le performance.
Con un rimando ai concetti espressi da alcuni docenti che conoscono l’ambito scuola/lavoro, dimostrano il grave livello di incompetenza nella visione d’insieme del progetto sull’alternanza scuola/lavoro, base per costruire l’integrazione lavorativa delle persone con disabilità. Sbagliati sono il presupposto della risposta delle aziende e la mancata incentivazione (chi glielo farà mai fare???), abnorme il monte ore di stage previsto; grave la mancanza di uno studio di fattibilità elaborato con l’imprenditoria. Se fallisce l’alternanza di base, chi mai sarà portato a pensare di renderla operativa con gli allievi con disabilità?

La riforma introduce maggiori garanzie sulla formazione delle classi e dei posti di sostegno comprese le deroghe prima dell’avviamento scolastico.
Si parla ancora di deroghe… Mentre è il sistema quantitativo del riconoscimento del sostegno che andrebbe rivisto come diritto non derogabile. E’ necessario tornare un poco indietro nel tempo, a quando una manovra economica (toh) del governo fissò l’ormai tristemente famoso rapporto 1:2 originando il balletto del “salvo disponibilità finanziaria”. Come mai ci fu il bisogno di intervenire con una misura economica nel sostegno? A quali esorbitanti risorse il sostegno stava attingendo col rischio di prosciugare il bilancio statale? Quanti soldi ha speso lo Stato in ricorsi persi nella pressoché totalità dei casi nei confronti di famiglie che ogni anno son costrette a ripresentarli? (beninteso, quelle famiglie che decidono di lottare, e sono poche…). Perché mai non lavorare sulla soggettività di un diritto/servizio che possa essere gestito sulla classe, ma che esista e sia efficiente nel momento del bisogno (che invariante, quest’ultimo, proprio non sarà mai)? Andiamo a leggere “l’enorme” spesa statale negli anni e capiamo di cosa stiamo parlando, prima di ipotizzare quali “maggiori” garanzie potranno essere offerte se sono decenni che le leggi sul diritto allo studio non vengono rispettate. Ah, ma perché mai non lo sono, rispettate? Sul sito dei Genitori Tosti troverete molti elementi su cui ragionare.

La riforma istituisce un osservatorio sull’edilizia scolastica che faciliti l’abbattimento delle barriere architettoniche.
Torniamo alle risorse e a chi le gestisce. Un invito: ragionare sulle risorse disponibili dei Comuni e delle Province, dato che è loro la competenza sul patrimonio edilizio scolastico. E che una legge sulle barriere architettoniche esiste già da tempo ed è pure scritta abbastanza bene. Crediamo veramente che sia sufficiente usare altro inchiostro per abbattere le barriere architettoniche e sensoriali che infestano edifici e città?

Veniamo al punto principale:

Che la scuola attuale sia un disastro, non esiste nessuno che lo possa contestare. Per questo viene fatta una riforma
Per ciò che concerne l’integrazione scolastica, si vuol far passare la scuola attuale per disastro ma così spesso non è. Affermare che la normativa sull’integrazione scolastica attuale sia un disastro è negare l’evidenza che la nostra realtà viene studiata all’estero e applicata con grande soddisfazione laddove lo è, mentre è invidiata e ricercata dove ancora l’integrazione è al palo. Come mai? Ed è proprio così disastrosa la scuola italiana? La base su cui poggia l’integrazione scolastica, è così disastrosa? In definitiva le questioni da migliorare indubbiamente ci sono ma, principalmente, devono essere imperniate su due aspetti:

  • risorse
  • controllo dell’applicazione delle norme 

e il pugno di ispettori promesso non sarà sufficiente.
Senza la garanzia delle basi, non riscontrabile nella riforma, possono essere scritti propositi paradisiaci, ma lassù resteranno senza incidere nella realtà quotidiana dei nostri figli. Anzi, il rischio di crear danni è ogni giorno più elevato. Concordiamo con la posizione dei docenti nel prevedere un processo di rapida esclusione degli allievi con disabilità dalla vita della classe, ottenendo l’effetto opposto a quanto la riforma vorrebbe ottenere.  Crediamo fermamente che lo “stile” frettoloso di questa proposta, affine in questo alla “buona scuola”, debba essere profondamente rivisto con un momento di riflessione con tutte le voci in campo. 

Vediamo altri elementi di criticità della riforma del sostegno.

La riforma del sostegno prevede all’art.12 l’abrogazione del GLIP, Gruppo di Lavoro Interistituzionale Provinciale, proseguendo la via della disgregazione del sistema scolastico in nome di un’autonomia solo presunta; le “reti di scuole” sono sistemi che sostituiscono (e non rafforzano) funzioni svuotate dalle precedenti riforme economiche. Dei GLIP fan parte tre esperti designati dalle associazioni; essendo territoriali, le associazioni sulla disabilità e, quindi, le famiglie, hanno la rara opportunità di lavorare con la scuola nella scuola, negli uffici scolastici territoriali, con le persone che “fanno” realmente sul territorio. L’abrogazione rafforza la linea politica di togliere la possibilità alle famiglie di interagire con la pubblica amministrazione, secondo uno schema privatistico inaccettabile. La stessa sorte riguarda la soppressione di moltissimi uffici scolastici territoriali. Inoltre, passando le competenze dai GLIP ai GLIR, si limita la partecipazione dal basso del territorio alla gestione scolastica.

Si vede che le federazioni sono infastidite nel percepire il malessere sociale cui sono corresponsabili. Meglio chiudere occhi e orecchie. Il travaso del nulla (GLIP, CTS, ecc) fa sorridere. Le risorse economiche per l’operatività dei GLIP sono state svuotate, così come, di conseguenza, quelle umane. Consigliamo a tutti di entrare nei CTS per osservare i team di lavoro: sarà un’esperienza altamente formativa e, una volta ancora, tristemente divertente.
Ah, i GLIR esistono tutt’oggi, non sono una novità e pure in questo caso funzionano raramente come dovrebbero.

Si pone, inoltre, un limite la libertà d’azione delle famiglie, introducendo con l’art.11 il “Tentativo obbligatorio pregiudiziale di conciliazione”. Un elemento di drammatica sudditanza politica. Se i ricorsi al TAR sono numerosi, non è con questo elemento che si curano le ragioni che portano le famiglie a promuoverli. Piuttosto, si ergerà un muro alla possibilità di far valere i propri diritti. Complimenti, un altro bell’esempio di apertura morale.

Col disegno di legge in discussione, la carriera del sostegno (quel che resterà del sostegno, superspecializzato) non avrà più la facoltà di passare su posto comune.
La proposta è frutto di un’idea errata per molte ragioni, condivisibile forse per poche: tra queste, quella di eliminare le storture che una politica ignorante ha permesso e che sono possibili grazie alla mancanza di controllo della qualità dell’insegnamento. A pena di rammaricarsene troppo tardi, va ricordato ancora una volta, che il surplus di insegnanti di sostegno non specializzati (quelli che noi famiglie riconosciamo dopo circa trenta secondi dall’averlo conosciuto) deriva dal dover parcheggiare quella mole di insegnanti che la riforma Moratti e Gelmini hanno generato eliminando i laboratori, compresenze, ecc. Perbacco!, pensò il legislatore, dove mai potrò collocare questi lavoratori rimasti senza occupazione? Ma sulla disabilità, ovvio! Cosa vuoi che serva a quegli studenti inutili anche per il sistema di valutazione della scuola? Però cero di prendere ancor più in giro la disabilità offrendogli personale impreparato e che dopo un po’ torna sul posto comune.

Bollare l’integrazione scolastica come fallita senza esplicitare argomenti e motivi del malfunzionamento, (principalmente da manovre economiche che nulla hanno avuto in comune con i diritti delle persone con disabilità), è come minimo scorretto. Altre misure potevano essere elaborate, gestendo in modo organico l’eventuale passaggio a posto comune senza automatismi ma con passaggi di verifica, valorizzazione (o meno) sul lavoro svolto, sia prevedendo il passaggio solo dopo ulteriore formazione. Insomma, non una scelta di ripiego. E, nella carriera del sostegno, un ruolo fondamentale avrebbe dovuto riguardare le competenze/modalità di  gestione degli allievi che si incontrano man mano.

Tralasciando le specializzazioni acquisite all’estero, oggi la casualità assegna un insegnate a una persona con disabilità che, se fortunata, può trovare professionalità, preparazione e abnegazione per il tempo del ciclo di studi che si sta affrontando. Quindi ben venga una formazione seria, obbligatoria per tutti i docenti, con grande prevalenza sul campo (su questo ripetiamo che le famiglie sono aperte a fantastici stage), estesa con le dovute misure ai docenti di classe. Questo è uno dei pochi punti sui quali sostanzialmente tutti si trovano concordi. Altri sono già regolati dalla legislazione attuale.
Sull’art.7, invitiamo ad una seria riflessione sull’effettiva capacità operativa delle Unità Multidisciplinari, e, in modo più ampio, sul parallelismo tra sanità e scuola in merito alla disgregazione dei servizi pubblici. Trovare oggi quel servizio sanitario in efficienza è sempre più difficile se non raro.

In merito al comma 3 dell’articolo 8, inerente l’attivazione di un sistema di rilevazione in tempo reale dei dati relativi ad alunni e studenti con disabilità, disturbi specifici di apprendimento ed altri bisogni educativi speciali, gestito dal MIUR, sono decenni che viene chiesto. Le modalità, però, lasciano a desiderare. Che sia un elemento per ulteriori tagli? 

Sull’articolo 10, Assistenti per l’autonomia ed alla comunicazione, lo sforzo di definire il profilo e lo stato giuridico di queste figure essenziali, poteva essere compiuto fin da subito. Spiace vedere che sia lasciata alle Regioni un’autonomia che in questi anni ha dimostrato ritorcersi contro le persone con disabilità.
Si dice di essere aperti al dibattito, ma fin dal principio, da quando il disegno non era stato ancora presentato, spunti preziosi provenienti dalla disabilità sono stati  cassati in nome di inutili arroccamenti su posizioni ambigue.

Per fare un paragone con le vicende odierne, la Legge 107/2015 sta alla scuola come il ponte sullo Stretto ai bisogni dell’Italia. Divagare sull’inutilità è tempo (preziosissimo) perso. I bisogni su cui lavorare sono quelli di base. Sviare sistematicamente l’attenzione dai bisogni primari e reali è un sistema in voga da molto, troppo tempo. Dandogli fiducia ci togliamo la possibilità di capire, contestare e lottare. Le riforme sulla scuola degli ultimi 20/30 anni, non sono state elaborate per migliorare; i fatti (in tutti gli ambiti del sociale, sanitario e scolastico) dimostrano l’esatto contrario.

Quanti anni e risorse ci vorranno per tornare ad un sistema scolastico sufficientemente inclusivo?

Un disegno di legge che origina da principi sbagliati, ignorando le vere ragioni delle riforme in ambito socio-sanitario e scolastico, basato sulla formula “senza oneri aggiuntivi per lo Stato” e che resta cocciutamente “sordo” ai pericoli che da più parti vengono segnalati, non può che essere distruttivo della realtà odierna già in precario equilibrio. Un disegno di legge che limita la libertà aprendo agli interessi di parte, non può avere il nostro supporto.
C’è senza dubbio una colpa gravissima della politica nell’aver ignorato una parte del popolo italiano, ghettizzandolo, non riconoscendo i diritti fondamentali e, quindi, discriminandolo. Ma la ricetta non può essere in un disegno di legge che lascia il fianco scoperto a ulteriori futuri tagli e riduzioni di diritti. E’ una sceneggiatura già vista in altri ambiti: del socio/sanitario e delle politiche del lavoro, ad esempio.

Alle famiglie che non vogliono vedere gli enormi rischi di ulteriore peggioramento delle condizioni scolastiche dei propri figli con disabilità, chiediamo di capire i cambiamenti intervenuti nella scuola degli ultimi anni leggendoli nel contesto politico ed economico nei quali sono stati concepiti.
Affiancarsi ad una politica “favorevole” che bluffa sui diritti di persone e lavoratori in una linea d’azione schiettamente bugiarda, ai cui propositi corrispondono fatti diametralmente opposti, non porta scelte impopolari, ma apre a scenari di favoritismi clientelari gravissimi.

Ognuno si prenderà le proprie responsabilità, inclusi coloro che abbandonano il carro quando è tardi.

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